We’re worth it.

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Nel primo periodo del  mio percorso terapeutico nel centro per i DCA non facevo che domandare in ogni singolo colloquio quanto tempo mi ci sarebbe voluto per tornare a casa. Non perché mi mancasse, naturalmente, ma perché non volevo prender peso e -per quanto dicessi di voler star meglio- non era così… e non lo è propriamente nemmeno ora.

Sono stata portata a fare una visita all’ospedale venendo ingannata poiché mi era stato detto che sarei dovuta rimanere al massimo due giorni per dei normali controlli di routine. Inutile dire che poi ci sono rimasta settimane e non sono nemmeno tornata a casa, come invece pensavo. In tutto questo le mie più grandi preoccupazioni erano la scuola e il controllo dagli altri della mia alimentazione.                                                                                     

Mi sono sentita ancora di più uno schifo perché mi sentivo trattata come una malata e non mi lasciavano nemmeno camminare da sola o scendere le scale. No, mi portavano le infermiere con la sedia a rotelle.

Ero arrabbiata perché non potevo muovermi più di tanto e almeno un mio genitore doveva stare sempre con me e io mi sentivo in colpa perché così dovevano perdere una giornata di lavoro.

Ero praticamente rinchiusa in una gabbia e con mille guardie a controllare i miei movimenti e a scrivere cosa mangiavo e cosa no.         Quando riuscivo a provare qualcosa avevo voglia di piangere, ma non volevo. Urlare, ma non potevo. Morire, ma non potevo.                                                                                                            Ho perso il conto delle volte in cui ho pianificato di buttarmi giù dalla finestra, cosa che volevo fare sin da subito ma casualmente la finestra della mia stanza era bloccata e quando l’aprivano per far girare un po’ l’aria, io non potevo entrare.                                                                                                                                                   Cos’ andavo sempre nella sala d’attesa, dove potevo camminare avanti e indietro e aprire la finestra per respirare un po’… e sognare ad oggi aperti quelli che per le persone “normali” sono considerati incubi.

Ho ancora questo tipo di pensieri a volte e anche i miei metodi autolesionisti (come io considero l’anoressia)  ma riesco a controllarli e attutirli meglio.

                                                  —
Non mi sono mai sentita abbastanza malata ed è per questo che non ritenevo di aver bisogno d’aiuto (“E perché mai? Non sto mica male. Sto bene!”) né di tutte quelle attenzioni riguardo alle finestre ecc. e dicevo “Ma cosa pensano, che mi voglia buttar giù?!”… Ora penso che, beh, probabilmente sì, dato che è esattamente ciò che avrei cercato di fare.

Quando ho incontrato la psicologa e lei mi ha parlato delle tante complicazioni organiche, fisiologiche e psicologiche che derivano dalla malnutrizione per un attimo ho aperto  gli occhi e mi sono resa conto di essermi incasinata da sola. Quando le ho chiesto con il groppo in gola se mi considerava anoressica (parola di cui nemmeno conoscevo bene il significato) e lei ha detto che sì, soffrivo di anoressia nervosa, sono scoppiata a piangere.                                      Non so nemmeno perché… di sicuro non perché mi dispiacesse per me.

Poi è cominciato davvero il mio percorso: prima nel centro ad alta intensità e poi in quello intermedio.

All’inizio pensavo che, una volta uscita, sarebbe tornato tutto come prima (quando ero piccola) : non avrei più avuto alcun genere di problema e tutto sarebbe andato bene perché il mondo è bellissimo.

No.

Non è così. I problemi continuano, ci sono e non si risolvono magicamente ma solo grazie al nostro contributo. Ci sono giorni in cui ci si sveglia felici, senza un motivo in particolare (anche se poi la giornata, almeno nel mio caso, finirà sempre e immancabilmente male) e altri in cui vorremmo solo rimanere a letto senza fare né mangiare nulla ma solo passare la giornata a compiangerci e poi a odiarci per il nostro “egocentrismo” e per tutte le attenzioni che abbiamo dato a noi stesse, come se ce le meritassimo.

Non voglio fare frasi fatte ma è vero: la vita è fatta di alti e bassi, magari più bassi che alti MA non voglio dare a chi mi ha fatto e mi fa star male la soddisfazione di vedermi crollare. 

Non è che una volta tornati a casa sarà tutto perfetto e vivremo per sempre felici e contenti. Beh, ve lo auguro ma temo di dover dire che non credo proprio che sarà così.

 

Con questo post non voglio dire che è meglio che stiate a casa perché è di sicuro più facile e “bello” in senso malato… anzi. Voglio dire che sarà dura, ma la supererete. Sarà lunga, ma prima o poi arriveremo. (E non dico alla morte!)                                                               Chiedete aiuto. So’ benissimo che sarà difficile rinunciare alla malattia e alla solitudine -la nostra unica compagnia- ma dobbiamo se vogliamo almeno provare a immaginare un futuro in cui tutto non giri intorno al cibo, ma alla felicità.                                                                                                                  

 E spero che ciò che ci aspetta dopo quest’agonia sia stupendo.

Ce lo meritiamo  perché continuiamo a lottare ogni giorno. Contro noi stesse e contro il mondo, che di certo non ci rende le cose più facili.

  

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WE’RE WORTH IT.

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